La marijuana dà dipendenza?

Standard

Questo articolo l’ho tradotto tempo fa, poco dopo quello del post precedente, quando pensavo di poter rendere disponibile, attraverso questo blog, un po’ di materiale che si trova in rete sulla disintossicazione dalla canapa: materiale in inglese naturalmente, perché in Italia sembra che la questione non si ponga.

Poi è rimasto lì: banalmente, non ho tempo. Così ora lo pubblico così, praticamente una bozza, in una traduzione che dire bislacca è poco. Credo comunque si capisca il senso del tutto, e che possa essere d’aiuto. Lo trovate qui: http://brainblogger.com/2009/05/19/clearing-the-haze-is-marijuana-addictive/, e se qualcuno lo vuole tradurre decentemente, ben venga.

Una sola nota. Qui, come altrove, si trova l’espressione, un po’ fuorviante, “forti fumatori” per indicare le persone soggette ad una sindrome astinenziale al momento di smettere di fumare. Meglio sarebbe dire “fumatori abituali”, cioè chi fuma ogni giorno, più volte al giorno.

 Chiarire i dubbi/dissolvere i fumi che annebbiano [Clearing the Haze] – La marijuana dà dipendenza?

Negli ultimi anni, mentre gli studiosi delle dipendenze stavano mappando le alterazioni chimiche del cervello causate dall’alcol, dalla nicotina, dalle metamfetamine e da altre droghe, la più popolare droga illegale d’America è rimasta perlopiù un mistero scientifico. E’ una droga che milioni di americani usano regolarmente per anni, e, da un punto di vista clinico, rimane la droga illegale meno studiata di tutte.

La più diffusa, e la meno studiata – non una indicazione per decisioni razionali prese dal punto di vista della salute pubblica. Diversi influssi hanno spinto la ricerca sulla marijuana fuori dal tavolo anni fa, ma la nascita  della “receptologia”, come l’ha chiamata lo scienziato molecolare Candace Pert, e una maggior disponibilità dei fondi federali hanno ri-alimentato la ricerca.

Perché la ricerca sulla cannabis è rimasta indietro rispetto alle altre droghe [drugs of abuse]? Per decenni l’opinione prevalente sia tra i consumatori che tra i ricercatori clinici era che la marijuana non dà dipendenza e quindi non può provocare rilevanti [importanti, gravi] sintomi d’astinenza. Tuttavia, i forti fumatori di marijuana sostengono che la tolleranza aumenta. E quando smettono di usarla, molti riportano un forte bisogno di riprendere [cravings]. L’astinenza dalla marijuana, che tipicamente riguarda solo i forti fumatori, non è stata ben descritta dalla comunità scientifica.

Nell’autunno del 1988, Allyn Howlett, professoressa di farmacologia, e i suoi colleghi della St. Louis University Medical School, riportarono significative prove circa lo specifico recettore del cervello con il quale le molecole di THC si legano. Peraltro, la natura del composto chimico in sé – il composto nel cervello che era ritenuto legarsi con quei siti – rimase ignoto fino al1992. Inquesto anno, William A. Devane, uno dei ricercatori presso della Hebrew University a Gerusalemme, insieme con Rafael Mechoulam ed altri, identificò la forma di THC prodotta dall’organismo nel cervello polverizzato di maiali. La sostanza che si attaccava ai recettori del THC era conosciuta come arachidonyl ethanolamide. Devane la battezzò “anandamide”, dal sanscrito “ananda”, beatitudine. [It was left for] Fu lasciata a Gary Weesner, fisiologo animale del U.S. Department of Agriculture (USDA), fare la domanda scottante: “In che modo i maiali usano l’anandamide?”. In uno studio sulla possibilità di usare l’anandamide come sedativo sicuro per animali, Dr. Weesner scoprì che maiali trattati con anandamide tendevano a mostrare più bassa temperatura corporea, respirazione più lenta e minor movimento – tutti indicatori di uno stato mentale rilassato.

Il THC e il suo cugino biologico agiscono principalmente in tre modi nel cervello: agiscono sul movimento attraverso i recettori presenti nella ganglia basale, alterano la percezione sensoriale per mezzo dei recettori nella corteccia celebrale, ed incidono sulla memoria tramite i recettori nell’ippocampo. Peraltro, ci sono poche evidenze nei modelli animali circa tolleranza e astinenza,  le classiche determinanti della dipendenza. Ai primi ricercatori non sembrava che la cannabis potesse dare dipendenza. E per almeno quattro decadi, milioni di americani hanno usato marijuana senza chiare prove di una sindrome di astinenza.

Tuttavia, alcune persone sembrano mostrare un classico schema di dipendenza. Dall’anno 2000, più di centomila americani all’anno cercano terapie per la dipendenza da marijuana, come emerge da alcune stime. Marijuana Anonymous, una organizzazione modellata sui principi degli Alcolisti Anonimi, è diventata una robusta organizzazione di recupero. Cosa stava accadendo?

Alcuni dei misteri circa gli effetti della marijuana furono risolti dopo che i ricercatori dimostrarono con certezza che la cannabis aumenta l’attività della dopamina nell’area limbica del cervello, come fanno tutte le altre droghe che danno dipendenza. Tanda, Pontieri e Di Chiara hanno dimostrato che i livelli di dopamina nel nucleo accumbens raddoppiavano quando i ratti ricevevano una infusione di THC. Emerse inoltre che la marijuana innalza i livelli di dopamina e serotonina attraverso la mediata attivazione dei ricettori oppiacei e GABA.

Nel 2004 un gruppo di studio presso la University of Vermont sottopose a revisione critica tutti gli studi di maggior rilievo sull’astinenza da marijuana. La revisione confermò la teoria che ci sono forti fumatori di marijuana che soffrono una verificabile e spesso vivida serie di sintomi d’astinenza quando cercano di smettere. I più comuni sintomi d’astinenza clinicamente significativi nei forti fumatori che smettono, secondo il gruppo di ricerca, sono:

“ansia, diminuzione dell’appetito/perdita di peso, irritabilità, agitazione, problemi del sonno e sogni strani. Questi sintomi furono associati all’astinenza in almeno il 70% degli studi nei quali erano misurati. Altri sintomi clinicamente importanti come rabbia/aggressività, disagi fisici (di norma legati allo stomaco), umore depresso, aumentato desiderio di fumare, aumentata sudorazione e debolezza ricorrono in modo meno consistente”.

Non sono cose di poco conto. Come riporta un fumatore abituale di lungo periodo: “Non si tratta di idee suicide, ma del sentire che la vita non sarà più “giusta”… quando soffri per sintomi che ti è stato detto che non esistono, cerchi fuori quali possano essere le cose che non vanno. Così, se ti è stato detto che l’astinenza da marijuana non determina ansia, rabbia o “disperazione”, cerchi di individuare un motivo per queste cose… Ho attraversato periodi di astinenza dove mi arrabbiavo in modo inappropriato per delle cose sbagliate, pensando che determinate persone mi infastidissero mentre non lo stavano facendo”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...